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martedì 4 settembre 2018

Giochiamo al dottore? Misuriamo la febbre del clima della nostra vita


Quando sono nato, nel 1969, l’estate della pianura padana portava mediamente 28 giornate con temperatura massima oltre i 32 gradi. Queste giornate sono diventate 40 nel 1990, 50 nel 2000, per superare stabilmente le 60 negli ultimi anni, fino alle 73 nel 2017. Al dato sulla durata dobbiamo aggiungere l’intensità delle ondate di calore, che raggiungono temperature massime un tempo appannaggio delle zone equatoriali (42,5 gradi in provincia di Ravenna il 4 agosto 2017). Se avrò la fortuna di arrivarci, secondo i modelli le mie estati di ottuagenario saranno allietate da 80 e più giornate torride.

Chi vuole provare a misurare sulla propria vita la febbre climatica di cui soffre l'Umanità, a questo link trova un comodo strumento di facile utilizzo. Ricordiamoci però che non si tratta di un gioco, ma di una realtà che, ormai da anni, impatta il nostro quotidiano, e che costituisce la sfida più importante che aspetta la specie umana nei prossimi decenni.


venerdì 7 luglio 2017

L'Italia dei capannoni che non ce la fa

Girando per l'Italia, i segni più evidenti della crisi, quelli in cui il disfacimento sembra imminente,  si trovano nei luoghi dello "sviluppo" che il Paese ha sognato e inseguito negli ultimi decenni: gli scheletri dei capannoni abbandonati, i rimasugli delle villette mai ultimate, i fantasmi di strade e stradine inutili. L'Italia che dà l'impressione di potercela fare é invece quella che ha saputo riconoscere, proteggere e  valorizzare il patrimonio ambientale, paesaggistico, storico e culturale ereditato dagli scorsi millenni. Sia chiaro, non sono un illuso che crede che il paese possa vivere di agricoltura biologica e visite guidate ai borghi medievali. So benissimo che un certo tessuto industriale e infrastrutturale è necessario. Credo però che sia  ormai evidente come il modello di sviluppo basato sull'asfalto,  sul cemento, sulla predazione del territorio, stia dimostrando il proprio fallimento, del quale i nostri figli e nipoti pagheranno il prezzo. Solo una classe dirigente miope o corrotta può continuare a promuovere il sogno (o l'incubo) di un presunto "sviluppo" a base di catrame e calcestruzzo.

domenica 25 giugno 2017

Nessuna emergenza siccità, solo tanta irresponsabilità


Se apriamo un vocabolario alla voce "emergenza ", troveremo la definizione di "fatto improvviso, inatteso". Si potrebbe partire da qui per riflettere sulla terribile ondata di caldo e siccità che stiamo vivendo, e sul modo irresponsabile e suicida in cui la nostra collettività, a partire dalla classe dirigente politica, economica, mediatica, continua a mentire a sé stessa, negando e rimuovendo la realtà.
In queste settimane non stiamo fronteggiando un'emergenza,  ma una situazione prevedibile e prevista. La scienza ci dice da molti anni che ondate di caldo e siccità prolungate, alternate a piogge torrenziali e inondazioni, sono conseguenze non probabili, ma certe, dei cambiamenti climatici. Ciò che ci dovrebbe stupire, la vera emergenza, è che in questi anni non sia stato fatto nulla per prevenire e mitigare l'effetto di questi fenomeni. Anzi, tutto va avanti come se nulla fosse, nonostante le conoscenze e le tecnologie necessarie a cambiare rotta siano già ampiamente in nostro possesso. 
Sappiamo che cosa agricoltura e zootecnia dovrebbero fare per razionalizzare il proprio fabbisogno idrico, eppure le associazioni di categoria aprono bocca solo al momento di reclamare i soldi degli indennizzi. Sappiamo che le reti idriche delle nostre città sono un colabrodo, ad esempio a Parma va perso oltre il 30% dell'acqua, eppure non una parola è stata spesa sull'argomento durante la miserabile campagna elettorale appena conclusa. Sappiamo che il consumo domestico è abnorme,  ma non si prende alcun provvedimento per limitarlo.  
Nelle prossime settimane poi, quando faremo il conto dei danni da temporali e smottamenti, assisteremo allo stesso stucchevole teatrino: si griderà alla calamità, al dissesto idrogeologico, e  si chiederanno gli immancabili risarcimenti. 
Per poi tornare il giorno dopo a progettare nuove strade e nuovi insediamenti,  a impermeabilizzare altro suolo agricolo, a violentare il nostro territorio scaricandone le conseguenze sul futuro nostro e dei nostri figli.