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martedì 4 settembre 2018

Giochiamo al dottore? Misuriamo la febbre del clima della nostra vita


Quando sono nato, nel 1969, l’estate della pianura padana portava mediamente 28 giornate con temperatura massima oltre i 32 gradi. Queste giornate sono diventate 40 nel 1990, 50 nel 2000, per superare stabilmente le 60 negli ultimi anni, fino alle 73 nel 2017. Al dato sulla durata dobbiamo aggiungere l’intensità delle ondate di calore, che raggiungono temperature massime un tempo appannaggio delle zone equatoriali (42,5 gradi in provincia di Ravenna il 4 agosto 2017). Se avrò la fortuna di arrivarci, secondo i modelli le mie estati di ottuagenario saranno allietate da 80 e più giornate torride.

Chi vuole provare a misurare sulla propria vita la febbre climatica di cui soffre l'Umanità, a questo link trova un comodo strumento di facile utilizzo. Ricordiamoci però che non si tratta di un gioco, ma di una realtà che, ormai da anni, impatta il nostro quotidiano, e che costituisce la sfida più importante che aspetta la specie umana nei prossimi decenni.


venerdì 4 agosto 2017

Olimpiadi, Expo, e amnesie in malafede

Dopo l'assegnazione a Parigi delle olimpiadi 2024, si è scatenata un'ondata di rimpianto per la presunta occasione persa da Roma con la rinuncia ai Giochi. Tornando a chiarire che non sono certo un fan della Raggi, che anzi mi sembra platealmente inadeguata al ruolo che le è toccato, rimando a questo Link per spiegare perché dire no alle olimpiadi mi é sembrato un atto di realismo e responsabilità. Tra gli argomenti più sfruttati dai fautori del rimpianto, viene citato l'esempio di expo Milano, come esperienza baciata da un successo senza ombre. Penso sia utile segnalare a questi signori, dotati di molto opportunismo, pochi argomenti e memoria corta, che le cose non stanno proprio così. Se vogliamo parlare di Expo, non possiamo non ricordare che, per sei mesi di fiera e una lucidata a strade e palazzi di Milano, si é spesa una cifra spaventosa , stimata (visto che i conti complessivi non sono mai stati resi pubblici) in una decina di miliardi di Euro. Già questo dovrebbe sollevare, almeno nelle persone oneste e di buon senso, qualche dubbio sul saldo costi-benefici dell'operazione. Se necessario, possiamo aggiungere al promemoria le opere inutili pagate e ancora oggi tenute in piedi con soldi pubblici tipo BreBeMi, le migliaia di ettari cementificati, l'abbandono dell'area Expo senza un vero progetto per il riutilizzo, a parte occasionali bla-bla governativi. Se non bastasse, possiamo ripercorrere le cronache giudiziarie degli ultimi anni, e rammentare le decine di arresti, gli innumerevoli casi di corruzione, le tante inchieste ancora aperte su conti e appalti.
Sono passati meno di due anni, davvero ci siamo già dimenticati tutto?

venerdì 7 luglio 2017

L'Italia dei capannoni che non ce la fa

Girando per l'Italia, i segni più evidenti della crisi, quelli in cui il disfacimento sembra imminente,  si trovano nei luoghi dello "sviluppo" che il Paese ha sognato e inseguito negli ultimi decenni: gli scheletri dei capannoni abbandonati, i rimasugli delle villette mai ultimate, i fantasmi di strade e stradine inutili. L'Italia che dà l'impressione di potercela fare é invece quella che ha saputo riconoscere, proteggere e  valorizzare il patrimonio ambientale, paesaggistico, storico e culturale ereditato dagli scorsi millenni. Sia chiaro, non sono un illuso che crede che il paese possa vivere di agricoltura biologica e visite guidate ai borghi medievali. So benissimo che un certo tessuto industriale e infrastrutturale è necessario. Credo però che sia  ormai evidente come il modello di sviluppo basato sull'asfalto,  sul cemento, sulla predazione del territorio, stia dimostrando il proprio fallimento, del quale i nostri figli e nipoti pagheranno il prezzo. Solo una classe dirigente miope o corrotta può continuare a promuovere il sogno (o l'incubo) di un presunto "sviluppo" a base di catrame e calcestruzzo.

giovedì 25 agosto 2016

Non facciamoci accecare dalla retorica delle lacrime, del cuore, della macchina dei soccorsi

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La frase "questo è il momento del dolore e delle lacrime, non delle polemiche" è una solenne idiozia, la grande arma di distrazione di massa di questi giorni. Un altro pezzetto d'Italia, lasciato in balìa di eventi naturali  prevedibili e previsti, si è sbriciolato in un minuto, portandosi via vite, famiglie, comunità.


Stavolta è stato un terremoto, in una zona che tutti sapevano ad alto rischio sismico. La prossima volta sarà un'inondazione, in una zona ufficialmente dichiarata ad alto rischio alluvionale. Ogni volta scatta la retorica stucchevole della natura crudele, della fatalità, del grande cuore degli italiani, della macchina dei soccorsi.


Invece dovrebbe scattare una gran rabbia. Una rabbia lucida, che ci porti a prendere idealmente per le orecchie e mettere di fronte alle proprie responsabilità la nostra classe dirigente (non solo politica), ma anche noi stessi, membri di una collettività distratta, miope e immemore. Tutti sappiamo, ma facciamo finta di non sapere. Tutti vediamo, ma scuotiamo le spalle e andiamo oltre. Così qualunque politicante da quattro soldi ci può raccontare che la grande abbuffata di Expo ha fatto bene al Paese. Che bisogna fare il Ponte sullo Stretto per risolvere la questione meridionale. Che opere demenziali e delinquenziali come la BreBeMi o la TiBre ci porteranno fuori dalla crisi. Che Roma ha bisogno delle Olimpiadi per rilanciarsi.


Al contrario, sono proprio questi progetti novecenteschi, tagliati su misura per ingrassare la cricca palazzinaro/finanziaria che si sta mangiando l'Italia, che ci impediscono di mettere piede nel XXI secolo. Sta a noi fare in modo che questo secolo sia quello del prevenire per non dover ricostruire, dell'aggiustare invece di inaugurare, della tutela del futuro di tanti anzichè del conto corrente di pochi.

lunedì 30 maggio 2016

amare gli animali o collezionare peluche?


Nei giorni scorsi, alcuni fatti di cronaca hanno portato alla ribalta il tema della relazione tra gli uomini e gli animali selvatici: la vicenda del piccolo bisonte diYellowstone (foto) condannato da turisti che volevano aiutarlo, e l’analogo episodio a carico di un cucciolo di lupo sull’appennino Tosco-Romagnolo, inducono alcune riflessioni sul modo in cui viviamo i rapporti tra l’uomo e il resto della natura.
Protagoniste di entrambi gli episodi sono persone degne della massima stima: amano appassionatamente la natura, e sono disposte a darsi da fare per essere d'aiuto. A volte però, dimenticano di approcciare gli animali con un’ottica ecologica, nel senso proprio del termine, cioè tenendo conto del contesto e dell’ambiente nel quale si trovano, e li osservano con occhi filtrati da prospettive, sentimenti e valori strettamente umani, completamente estranei ai meccanismi naturali.
La natura ha regole ferree ed estremamente complesse, ma nessuna etica, non è “buona” nel senso che noi esseri umani diamo a questo termine. I suoi meccanismi producono vita e morte, senza chiedersi se sia “giusto” o “sbagliato”.
Per rimanere agli episodi da cui siamo partiti, un cucciolo solo non è necessariamente abbandonato, probabilmente è in attesa che la madre venga a recuperarlo. Spostarlo o semplicemente toccarlo significa spesso condannarlo a morte. Se è rimasto effettivamente solo, ad esempio perchè non tiene il passo del suo gruppo, i meccanismi della natura prevedono che soccomba, evitando in questo modo che un esemplare debole sia un peso o un pericolo per il branco, e che i suoi geni vengano trasmessi alle generazioni successive. Può sembrare un meccanismo crudele o cinico, ma questi sono aggettivi che si addicono alle relazioni umane. Per la natura, e per gli scienziati che la studiano e la comprendono compiutamente, questa si chiama selezione naturale, ed è il processo fondamentale dell’evoluzione, che ha portato tutte le specie, incluso l’uomo, ad avere le caratteristiche che oggi conosciamo.
Tentare, sia pure animati da buone intenzioni, di modificare questi processi, è nella migliore delle ipotesi inutile, in molti casi dannoso.